Caro Direttore, molte voci si sono levate contro l'emendamento, passato al Senato, secondo il quale i beni confiscati alla mafia possono essere messi all'asta e venduti. A queste voci voglio aggiungere anche la mia, quasi come un appello perché la Camera elimini questa pericolosa disposizione, contenuta nella Finanziaria.
Ricordo bene quei tempi e quelle iniziative di quasi trent'anni fa. La lotta al terrorismo, sentita come una grande questione nazionale, aveva richiamato una forte e diffusa solidarietà nel Paese. Bisognava che questa solidarietà non andasse perduta ma, piuttosto, impiegata per un'altra grande questione nazionale, la lotta alla mafia.
Sulla spinta di questi convincimenti, come ministro dell'Interno, prendo l'iniziativa di un progetto di legge che dia ai pubblici poteri più raffinati e decisivi strumenti di lotta al potere mafioso. Questa iniziativa s'incontra con analogo progetto promosso dall'onorevole Pio La Torre, con quella passione e intelligenza che hanno sempre distinto l'azione politica del parlamentare siciliano. Pio La Torre è stato davvero uno straordinario combattente contro ogni ingiustizia e ogni sopruso. Era naturale che la lotta alla mafia lo vedesse indiscusso protagonista, come lo è stato fin quando la mano mafiosa lo ferma. Ma egli continua a essere protagonista ancora oggi; la sua memoria ci richiama al dovere della lotta e della intransigenza.
Requisire la «roba» ai mafiosi significa colpire al cuore il loro potere; vale quanto, e forse più del loro arresto; significa azzerare il loro comando, togliere di mezzo la ragione e l'obiettivo della loro intimidazione; vuol dire far perdere loro il consenso, sgretolarne l'insediamento, disperdere la rispettabilità della «famiglia». Questa era l'intuizione dei due progetti e della legge che ne è conseguita. Una intuizione che la realtà ha largamente confermato nel corso degli anni.
Non bisogna retrocedere. Mettere in vendita all'asta i beni confiscati, come vorrebbe la nuova disposizione della Finanziaria, passata al Senato, è un grosso rischio. Non è assurdo pensare che le cosche mafiose, attraverso intermediari, apparentemente insospettabili, finiscano per tornare in possesso dei beni confiscati partecipando all'asta e vincerla. È un rischio che non possiamo correre. Se ci sono problemi secondari da risolvere, si risolvano. Ma il rischio non possiamo permettercelo.
VIRGINIO ROGNONI su Il Corriere della Sera | 2 dicembre 2009